Dove finisce il recupero di un’opera e dove inizia la distorsione della gara?
È questo il periodo dell’anno in cui i carnevali cominciano, lentamente, a rimettersi in moto. Si progettano i carri, si recuperano i materiali, si riaprono i capannoni, si fanno i primi disegni e, soprattutto, si comincia a pensare a come sorprendere il pubblico nella prossima sfilata.
Ma c’è un fenomeno che merita una riflessione e che, almeno apparentemente, sembra andare in una direzione diversa: la compravendita dei vecchi pupazzi di cartapesta.
Basta dare un’occhiata alle bacheche dedicate al mondo del carnevale per trovare numerosi annunci. Pupazzi già realizzati, spesso provenienti da gruppi della Penisola, vengono messi in vendita e possono così arrivare in Sardegna, essere inseriti in nuovi carri e tornare a sfilare davanti al pubblico.
Nulla di illegale, evidentemente, se i regolamenti delle singole manifestazioni lo consentono. E nulla di necessariamente sbagliato. Ma quando il carnevale non è soltanto una festa, bensì una competizione con giuria, classifica e premi, la questione cambia.
E allora vale la pena porsi una domanda: che cosa significa competere con un’opera che non è stata costruita dal gruppo che la presenta?
Un conto è sfilare, un altro è competere
Il punto non è demonizzare chi compra.
In un piccolo paese, dove l’obiettivo principale è riempire le strade di colori, musica e allegria, acquistare un pupazzo già fatto può essere una soluzione assolutamente comprensibile. Un’associazione potrebbe non avere le competenze, il tempo o le risorse economiche per costruire una grande struttura da zero. Se l’obiettivo è regalare una giornata di festa ai bambini e alla comunità, perché non utilizzare qualcosa che esiste già?
Il problema nasce quando la stessa logica viene trasferita in un contesto competitivo.
Perché un carnevale competitivo non dovrebbe premiare soltanto il risultato estetico finale. Dovrebbe, almeno idealmente, valorizzare anche la progettazione, la manualità, la creatività, la capacità di costruzione, l’originalità e il lavoro collettivo che stanno dietro a quel risultato.
Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.
Se due gruppi si presentano davanti alla stessa giuria, uno dei quali ha trascorso mesi a progettare e costruire il proprio pupazzo e l’altro ha acquistato una struttura già realizzata altrove, stiamo davvero mettendo a confronto lo stesso tipo di lavoro?
La domanda che dovrebbe interessare anche chi giudica
Immaginiamo due gruppi.
Il primo parte da un’idea, realizza i disegni, costruisce la struttura, lavora la carta, prepara i movimenti, dipinge e modifica continuamente il proprio progetto fino ad arrivare alla sfilata.
Il secondo gruppo individua un pupazzo già realizzato per un altro carnevale, lo acquista, lo trasporta, lo inserisce all’interno del proprio progetto e lo porta in sfilata.
Entrambi possono presentare un prodotto bello. Entrambi possono entusiasmare il pubblico. Entrambi possono aver lavorato duramente.
Ma il valore della loro partecipazione alla competizione è necessariamente lo stesso?
Questa è forse la domanda più interessante.
Perché se la giuria deve giudicare esclusivamente ciò che vede durante la sfilata, allora il pupazzo acquistato potrebbe essere perfettamente competitivo. Se invece il concorso intende premiare anche il lavoro creativo e costruttivo del gruppo, allora l’origine dell’opera diventa un elemento tutt’altro che secondario.
Non è una questione di voler stabilire chi sia “più bravo”. È una questione di capire che cosa vogliamo premiare.
Il mercato dei pupazzi non è necessariamente il problema
C’è poi un’altra faccia della medaglia.
Un pupazzo di cartapesta non è un oggetto qualsiasi. Dietro ci sono ore di lavoro, materiali, competenze e una struttura che spesso, dopo una sola sfilata, rischia di finire abbandonata in un capannone.
Venderlo significa dargli una seconda vita.
Da questo punto di vista, la compravendita può persino essere una pratica virtuosa: riduce gli sprechi, permette a un gruppo di recuperare almeno una parte dell’investimento e consente a un altro gruppo di utilizzare una struttura che altrimenti rimarrebbe inutilizzata.
Il carrista che vende non sta necessariamente “svendendo” il proprio lavoro. Può semplicemente aver concluso il ciclo naturale di quella creazione.
E chi compra può farlo per mille ragioni: risparmiare, avere a disposizione un elemento di qualità, non possedere le competenze necessarie per costruirlo o semplicemente voler dare continuità a un’attività carnevalesca.
Il problema, quindi, non è necessariamente la compravendita. È l’uso che se ne fa.
La questione diventa ancora più interessante quando il prodotto arriva da fuori.
Se in Sardegna esistono gruppi, associazioni e carristi che dedicano tempo e risorse alla costruzione dei propri carri, cosa significa importare dalla Penisola pupazzi già realizzati e utilizzarli all’interno di una competizione locale?
Non significa automaticamente che il prodotto sia peggiore. Anzi, potrebbe essere tecnicamente eccellente.
Ma si crea una domanda sulla specificità del carnevale locale.
Se una manifestazione vuole raccontare il proprio territorio attraverso la creatività dei suoi gruppi, non rischia di diventare paradossale una competizione nella quale una parte delle opere proviene da altri carnevali, da altre realtà e da altri gruppi?
È una domanda che non riguarda soltanto la Sardegna.
In qualunque competizione basata sulla costruzione dei carri, la possibilità di acquistare elementi già pronti può creare una differenza sostanziale tra chi investe nella formazione e nella costruzione interna e chi, invece, investe soprattutto nella capacità di reperire sul mercato il prodotto migliore.
E a quel punto cambia anche il significato della parola carrista.
Il carrista è chi costruisce o chi porta in sfilata?
Questa potrebbe essere la domanda più provocatoria dell’intera discussione.
Un gruppo che acquista un pupazzo e lo inserisce in un carro sta comunque facendo carnevale. Organizza, monta, trasporta, decora, prepara la sfilata, coinvolge persone e contribuisce alla festa.
Non sarebbe corretto dire il contrario.
Ma se il concorso nasce per premiare la costruzione dei carri, allora bisognerebbe forse distinguere tra chi realizza un’opera e chi la utilizza.
È una differenza importante.
Nessuno contesterebbe a una squadra di calcio il diritto di acquistare un giocatore già formato. Ma se un campionato dovesse premiare la migliore squadra “cresciuta in casa”, la provenienza dei giocatori diventerebbe improvvisamente fondamentale.
Allo stesso modo, se un carnevale premia semplicemente il carro più bello, l’origine di un pupazzo potrebbe essere irrilevante.
Se invece premia la creatività e la capacità costruttiva dei gruppi, non può esserlo del tutto.
La soluzione non è vietare: è stabilire le regole
Forse, allora, la domanda corretta non è: “È giusto o sbagliato comprare i pupazzi?”
La domanda dovrebbe essere: “Quale tipo di carnevale vogliamo costruire?”
Se si vuole un carnevale competitivo nel quale conta esclusivamente il risultato finale, la compravendita può essere considerata una componente del gioco.
Se invece si vuole premiare la capacità dei gruppi di ideare e costruire autonomamente le proprie opere, allora i regolamenti dovrebbero prevedere criteri chiari.
Si potrebbe, per esempio, distinguere tra elementi costruiti direttamente dal gruppo ed elementi acquistati. Oppure prevedere categorie differenti. O ancora stabilire che una determinata percentuale delle strutture debba essere realizzata dal gruppo partecipante.
Non necessariamente per punire chi compra, ma per rendere trasparente ciò che si sta valutando.
Perché il vero rischio non è che qualcuno compri un pupazzo.
Il vero rischio è che un gruppo che ha costruito tutto da zero e uno che ha acquistato una parte significativa del proprio carro vengano giudicati come se avessero svolto esattamente lo stesso percorso.
Il valore che non si vede
C’è infine un aspetto che spesso sfugge quando guardiamo un carro passare.
Il pubblico vede il risultato. Vede il pupazzo, i colori, i movimenti, la musica, le luci e l’effetto scenico.
Non vede necessariamente i mesi trascorsi a discutere di un’idea. Non vede chi ha imparato a lavorare la cartapesta. Non vede chi ha sbagliato una struttura e l’ha rifatta. Non vede le persone che hanno lavorato gratuitamente dopo il proprio turno di lavoro. Non vede i ragazzi che hanno imparato un mestiere osservando i più esperti.
Ed è proprio questo lavoro invisibile che, in molti casi, costituisce l’anima del carnevale.
Per questo la compravendita dei pupazzi non dovrebbe essere affrontata con una condanna morale. Sarebbe troppo semplice.
Dovrebbe essere affrontata con una domanda molto più difficile:
quando mettiamo un carro davanti a una giuria, stiamo giudicando soltanto ciò che vediamo oppure anche il lavoro che c’è dietro?
Se la risposta è la prima, comprare un pupazzo può essere semplicemente una scelta strategica.
Se la risposta è la seconda, allora forse è arrivato il momento di discutere apertamente di quanto lavoro debba essere davvero “nostro” perché un carro possa essere considerato espressione del gruppo che lo porta in sfilata.
Perché un pupazzo può anche attraversare il mare, cambiare capannone, cambiare carro e cambiare carnevale.
Ma una competizione dovrebbe prima di tutto stabilire che cosa vuole premiare: il pupazzo, il carro o le persone che lo hanno creato?
